Giona 1:1-3 - La misericordia di Dio
Predicatore: Philip Reid Karr IV
Oggi iniziamo una nuova serie di predicazioni sul libro di Giona dell’Antico Testamento. Giona è un libro molto noto per la sua narrazione unica e per la presenza del grande pesce che inghiotte Giona. È un libro affascinante e meraviglioso, dal quale la chiesa di oggi può imparare tantissimo. Sono stati condotti molti studi su Giona, e ciò che è interessante notare è che, nonostante la sua brevità, non c'è consenso su quale sia il messaggio principale di Giona. Dieci chiese diverse possono studiare e predicare Giona e possono emergere 10 messaggi e temi diversi, e tutti possono essere fedeli al vangelo.
Detto questo, un tema che è costante e chiaro in questo libro è la difficoltà di Giona nel sottomettersi alla volontà di Dio. Giona non è contento di Dio in questo libro. Non gli piace il Dio che gli parla in questi 4 capitoli. In altre parole, Giona lotta con lo stesso peccato con cui l’umanità ha lottato da sempre, cioè fidarsi di Dio e credere che le sue vie siano migliori delle nostre. Giona vuole plasmare Dio a sua immagine. Vuole trasformare Dio in un dio con cui si sente a proprio agio, con cui è sempre d’accordo e che non lo metta mai in imbarazzo. Migliaia di anni dopo e abbiamo ancora lo stesso problema. Vogliamo un dio con cui siamo contenti, che non ci metta in imbarazzo, che non ci metta mai in situazioni scomode, e che non ci chieda di affrontare troppe prove e difficoltà. Vogliamo un dio fatto a nostra immagine. Ecco perché abbiamo intitolato questa serie Giona: quando vogliamo un dio fatto a nostra immagine.
Nei primi versetti di questo libro vediamo che Giona non si fida di Dio e non è affatto contento di ciò che Dio gli chiede di fare. È così scontento di Dio che si rifiuta di obbedirgli e invece fa esattamente l’opposto di ciò che Dio gli chiede. Giona vuole un dio a sua immagine, uno che non gli chieda di fare cose che non vuole fare. Vuole un dio che abbia senso per lui e che gli chieda solo di fare cose con cui è d'accordo. Ci suona familiare? Penso che possiamo tutti immedesimarci e credo che a volte siamo tutti come Giona sotto questo aspetto. Oggi leggiamo i primi tre versetti di questo libro per capire meglio perché Giona è così arrabbiato con Dio. Così facendo faremo luce anche sui nostri cuori, rivelando come siamo in molti modi simili a Giona.
Lettura di Giona 1:1-3
Prima di parlare del peccato di Giona e di ciò che esso rivela su di lui e su noi stessi, sarà utile rispondere alla domanda: “Chi era Giona?” La verità è che non sappiamo molto di lui. I lettori di questo libro, quando circolava per la prima volta, lo conoscevano bene, ma oggi sappiamo molto poco di lui. Tutto ciò che ci viene detto è che è figlio di Amittai. L'unico altro riferimento biblico che abbiamo a Giona si trova nel 2 libro dei Re 14:25. Giona era un profeta durante il regno del re d'Israele Geroboamo II. In questo versetto leggiamo questo: «Egli (cioè Geroboamo II) ristabilì i confini d'Israele dall’ingresso di Camat al mare della pianura, come il Signore, Dio d'Israele, aveva detto per mezzo del suo servo il profeta Giona, figlio di Amittai, che era di Gat-Hefer».
Questo è ciò che sappiamo. Tuttavia, c'è un dettaglio qui che è importante per comprendere meglio il libro di Giona e la ribellione di Giona al comando di Dio di andare a Ninive. Gli studiosi concordano sul fatto che Giona fosse un israelita molto orgoglioso e patriottico. Era orgoglioso della sua identità. Era felice, quindi, di proclamare la parola del Signore a Geroboamo II quando si trattava di ristabilire i confini di Israele. A Giona piaceva il Dio che chiedeva a lui di fare questo. Era orgoglioso di far parte del popolo di Dio ed era felice di ristabilire i confini che consolidavano quell’identità. Era felice che Dio mostrasse misericordia agli Israeliti e giudicasse coloro che non facevano parte del suo popolo. Finché Dio continuava a chiedere a lui di proclamare messaggi con cui era d’accordo, era felice di essere uno strumento e un profeta di Dio.
Tutto questo, però, cambia nei primi versetti di Giona. Adesso Giona si trova di fronte a un Dio che non gli piace. Non è più felice di obbedire a Dio ora che gli chiede di fare qualcosa con cui non è d'accordo. È felice con Dio fintanto che è il dio creato a immagine di Giona, ma non appena Dio si rivela per quello che è realmente, Giona si arrabbia, entra in crisi e non obbedisce più a Dio. Ma qual è esattamente il problema? Perché Giona è così arrabbiato e perché fa esattamente l’opposto di ciò che Dio chiede a lui di fare? Il problema per Giona è Ninive e i Niniviti.
Dio si riferisce a Ninive nel versetto 2 come “la grande città”, e lo era. Era la capitale dell’Impero Assiro e all’epoca era un centro militare e culturale del mondo. Era anche estremamente malvagia. Dopo aver catturato i nemici, gli Assiri di solito tagliavano loro entrambe le gambe e un braccio, lasciando l’altro braccio e la mano in modo da poter stringere la mano della vittima in segno di scherno mentre moriva. Costringevano amici e familiari a sfilare con le teste decapitate dei loro cari issate su pali. Strappavano la lingua ai prigionieri e li legavano con delle corde per scorticarli vivi ed esporre le loro pelli sulle mura della città. Bruciavano vivi gli adolescenti. Coloro che sopravvivevano alla distruzione delle loro città erano destinati a subire forme crudeli e violente di schiavitù.
Erano i nemici giurati di Israele e minacciavano sempre i confini e l’esistenza e l’identità di Israele. Adesso Giona, un orgoglioso israelita, si trova di fronte a un comando di Dio per andare a Ninive e profetizzare, annunciando loro l’imminente giudizio di Dio. Nei tempi moderni ciò equivarrebbe a un ebreo che andasse a Berlino durante la Seconda Guerra Mondiale e dicesse a Hitler e ai nazisti di pentirsi delle loro vie malvagie. Da un lato era una condanna a morte certa. Dall'altro, era una chiamata a mostrare misericordia verso un popolo che non aveva fatto altro che il male più atroce. I Niniviti erano l'incarnazione del male, e adesso Dio voleva che Giona andasse da loro a proclamare un messaggio di perdono e misericordia qualora si fossero pentiti delle loro vie malvagie. Giona non era affatto contento del comando di Dio e si rifiutò di andare, dirigendosi invece nella direzione opposta, verso Tarsis.
Ci sono due questioni qui riguardo al cuore di Giona, due questioni che sono ancora rilevanti per tutti noi oggi e che rivelano che siamo per molti versi come Giona. La prima questione è che Dio spesso mostra grazia e misericordia in modi che non ci mettono a nostro agio. Non lo diremmo mai ad alta voce, ma i nostri pensieri e i nostri cuori spesso tradiscono le nostre parole. Nella sua conversazione con Dio, Giona dice ciò che il suo cuore prova. Non è disposto ad andare e ad essere uno strumento della misericordia di Dio per i Niniviti. Non riesce a immaginare che Dio mostri grazia verso un popolo che è stato così malvagio con lui e con il suo popolo. Essi meritano solo l’ira e il giudizio di Dio, non la sua grazia e il suo perdono. Giona ha un problema con il modo in cui Dio esercita sia la sua giustizia che la sua misericordia. Questi sono due aspetti di Dio che a volte sembrano contraddirsi, come nel caso in cui Dio chiama Giona a Ninive.
I nostri cuori si rivelano nei pensieri che nutriamo ma che forse non esprimiamo mai a parole. I nostri cuori si rivelano, ad esempio, nelle persone con cui siamo disposti a condividere il vangelo. Forse tendiamo a parlare di Gesú solo con coloro che vorremmo noi diventassero credenti e facessero parte della chiesa. Guardiamo alcune persone e diciamo nel profondo del nostro cuore che non sono degne del vangelo e della grazia di Dio. Meglio il giudizio di Dio per loro. Per noi sono come i Niniviti lo erano per Giona: non degni della grazia di Dio, quindi manteniamo le distanze da loro. Forse non appartengono all’etnia o non provengono dai paesi che riteniamo migliore per la chiesa. O forse non condividono le nostre idee politiche – che sono ovviamente sempre corrette – quindi non prestiamo loro alcuna attenzione e non li consideriamo degni del nostro tempo e della condivisione del vangelo. Come Giona, decidiamo noi e non Dio quale debba essere la nostra missione e chi ne sia degno e quindi obbediamo a Dio solo quando piace a noi ciò che ci chiede di fare.
Questo atteggiamento mette in luce anche il modo moralistico in cui tendiamo a pensare alle cose. Il moralismo, se ricordiamo, è quando valutiamo sia noi stessi che gli altri sulla base del nostro comportamento, delle nostre prestazioni o di altri fattori esterni. Se siamo brave persone, allora meritiamo cose buone sia dagli altri che da Dio. Se siamo cattivi, meritiamo cose cattive. Basandoci su questo ragionamento decidiamo che, poiché siamo persone abbastanza buone, siamo allora degni della grazia di Dio, mentre certi altri, che per diversi motivi non sono altrettanto buoni, non lo sono. Noi siamo Giona, non i cattivi Niniviti.
Ma la Bibbia non sostiene affatto questo modo di pensare, e in realtà dice esattamente il contrario. Nel Salmo 14 leggiamo quanto segue: «Il Signore guarda dal cielo sull’uomo, per vedere se c’è qualcuno che capisca, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati; tutti sono corrotti; non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.»
Questi versetti, che Paolo cita in Romani 3 per affermare che siamo tutti peccatori, offendono profondamente il nostro moralismo. Il nostro moralismo dice che la nostra bontà merita la grazia di Dio. Non è giusto né corretto dire che la nostra bontà non ha alcun valore davanti a Dio. Questo era il problema di Giona, ed è spesso anche il nostro problema oggi. Come Giona, non abbiamo alcun problema con il fatto che Dio sia misericordioso con noi, mentre altri non sono altrettanto meritevoli. Ma la Bibbia ribalta questo modo di pensare e ci dice che siamo tutti peccatori e quindi siamo tutti condannati dai nostri peccati davanti a Dio. Siamo tutti Niniviti.
Il nostro moralismo dice che meritiamo la grazia di Dio. La Bibbia dice che il nostro peccato ci mette tutti nella stessa barca, e a causa del nostro peccato, meritiamo solo l'ira e il giudizio di Dio.
Ma (e questa è una grande “ma") grazie al suo grande amore per noi, Dio ci ha fornito una via per essere salvati dalla condanna del nostro peccato, e quella via si chiama Gesù Cristo. Cristo, e solo Cristo, non ha mai conosciuto peccato, ma è diventato peccato – è diventato il nostro peccato – affinché, attraverso la fede in lui, potessimo essere liberati e risparmiati dall’ira di Dio e dalla condanna del nostro peccato e giustificati davanti a Dio. In Cristo non siamo più condannati, ma siamo salvati e riceviamo una nuova vita. La nostra fede, quindi, non è nella nostra bontà, ma nella bontà e nella perfezione di Cristo che prende la nostra malvagità e la nostra imperfezione e la rende perfetta. Questa è una buonissima notizia perché significa che la misericordia di Dio è per tutti, anche per i più malvagi, come i Niniviti e come noi.
Sia Giona che i Niniviti hanno lo stesso problema, che è il peccato, e hanno anche la stessa speranza, che è la grazia di Dio dateci in Cristo. La nostra speranza è la stessa oggi. Siamo tutti Niniviti, salvati solo dalla grazia di Dio attraverso la fede nell'Agnello sacrificio di Dio, Gesù Cristo.
Molto velocemente, il secondo problema del cuore di Giona, che è un problema di tutti i nostri cuori ancora oggi, è la sua mancanza di fiducia in Dio e nella sua volontà. Disobbedendo al comando di Dio, Giona sta dicendo che ne sa più di Dio. Secondo la saggezza di Giona Dio sbaglia a mandarlo a Ninive e sbaglia a mostrare misericordia ai Niniviti. Giona conclude allora, che siccome non riusciva a vedere alcuna buona ragione per il comando di Dio di andare dai Niniviti, non potesse essercene alcuna. Giona dubitava della bontà, della saggezza e della giustizia di Dio. Ne sapeva più di Dio. La sua saggezza era superiore a quella di Dio. I confini della grazia di Dio immaginati e creati da Giona erano molto superiori all’orizzonte che Dio vede.
Possiamo tutti capirlo. Dubitiamo anche noi della bontà e della saggezza di Dio quando ci troviamo di fronte all'ennesima difficoltà della vita. Dubitiamo della sua bontà quando continuiamo ad avere difficoltà finanziarie. Dubitiamo della sua bontà quando non riusciamo a trovare un lavoro o quando l'ennesima relazione fallisce e ci ritroviamo ancora una volta feriti, soli e vuoti. Dio, decidiamo, non sa cosa sta facendo. Se solo agisse secondo la nostra volontà, allora tutto andrebbe bene. Se Dio potesse stare dentro i confini creati da noi per la nostra vita e non andare oltre, tutto andrebbe bene.
Ma in questi momenti dobbiamo decidere: è Dio a sapere cosa è meglio per noi, o siamo noi? La modalità predefinita del cuore umano è quella di decidere sempre che siamo noi a sapere cosa è meglio. Dubitiamo che Dio sia buono, o che si impegni per la nostra felicità, e quindi, se non riusciamo a vedere alcuna buona ragione per qualcosa che Dio dice o fa, noi, come Giona, supponiamo che non ce ne possa essere alcuna.
Questo peccato di non fidarsi di Dio è al centro di ogni peccato ed era al centro del primissimo peccato commesso da Adamo ed Eva. Il primo comando divino in Genesi 2 era questo: «Dio il Signore ordinò all’uomo: Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». Ma c'era il frutto, e sembrava molto buono e desiderabile, e Dio non aveva dato alcuna ragione per cui sarebbe stato sbagliato mangiarlo. Quindi Adamo ed Eva, come Giona molti anni dopo e come noi oggi, decisero che se non riuscivano a trovare una buona ragione per il comando di Dio, non poteva essercene una. Dio, allora, non poteva essere considerato affidabile nel tenere a mente il loro bene. E così mangiarono, e ancora oggi paghiamo il prezzo del loro peccato e della loro mancanza di fiducia in Dio.
Questa è una delle più grandi barriere che erigiamo tra noi e Dio: cioè la nostra mancanza di fiducia in Lui, specialmente quando non riusciamo a vedere alcuna saggezza, significato o logica nei suoi comandi, nelle sue vie, nelle sue azioni e nelle sue decisioni. Così, come Giona, prendiamo noi in mano la situazione e facciamo ciò che noi riteniamo giusto e obbediamo a Dio solo quando ci sembra giusto e quando siamo d’accordo con Lui.
Ancora una volta, però, la soluzione ai nostri dubbi e alla nostra mancanza di fiducia in Dio è Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio. Quando dubitiamo della bontà di Dio e della sua saggezza, tutto ciò che dobbiamo fare è guardare alla croce dove Cristo, l’Agnello di Dio, è morto per salvarci dai nostri peccati. Alla croce la bontà di Dio è affermata, una volta per sempre. Sì, nella vita accadono cose che non ci piacciono e che per noi non hanno senso e che ci portano a mettere in discussione Dio, la sua saggezza e la sua bontà. Ma in quei momenti di dubbio dobbiamo solo guardare a Gesù Cristo, dove l'amore, la bontà, la fedeltà e la giustizia di Dio sono sempre visti, sperimentati, e confermati. Ecco perché Martin Lutero disse: Chi ha Cristo, ha abbastanza.