Giona 1:11-16 - Dio innalza chi diminuisce
Predicatore: Philip Reid Karr IV
Domenica scorsa abbiamo avuto il privilegio di avere con noi un predicatore ospite. Manuel Morelli, pastore della chiesa Solo Cristo di Ravenna, ha predicato su Genesi 1 e sulla verità e bellezza della Trinità. Oggi torniamo alla nostra serie su Giona, che abbiamo intitolato: Giona: Quando vogliamo un dio fatto a nostra immagine. Siamo ancora nel primo capitolo e con il messaggio di oggi lo concluderemo.
Quando leggiamo Giona è facile criticare questo profeta e deriderlo per la sua disobbedienza a Dio e la sua indifferenza verso i perduti. Ma questa serie è utile perché rivela come spesso noi siamo proprio come Giona. Possiamo deriderlo, ma gli somigliamo. Spesso siamo a disagio con il Dio della Bibbia e vogliamo cambiarlo e modellarlo in un dio con cui ci sentiamo a nostro agio e che non ci chieda cose difficili. Vogliamo un dio fatto a nostra immagine.
Ma quello non è il Dio della Bibbia, e questa è una buona cosa, perché il Dio della Bibbia è un Dio molto migliore, molto più glorioso e molto più santo di qualsiasi dio la nostra piccola mente possa mai concepire o creare. Non abbiamo bisogno di rendere Dio a nostra immagine; ciò serve solo a distorcere la sua gloria, il suo splendore, e la sua santità. Possiamo fidarci di Lui per quello che è, anche quando non ci piace ciò che ci chiede, quando non lo comprendiamo e quando abbiamo difficoltà a confidare in Lui.
Nella lettura di Giona di oggi vediamo un altro aspetto di come tendiamo a farci un dio a nostra immagine per evitare di accettare il Dio della Bibbia e chi Egli ha rivelato di essere. Parte del fidarsi e del seguire il Signore consiste nel morire a noi stessi e ai nostri desideri. Questo non ci piace. Inoltre, non ci piace affatto mettere gli altri prima di noi stessi. Potremmo dire di farlo, perché dirlo è altruistico e alla gente piace l’altruismo, ma la profondità dei nostri cuori e delle nostre azioni rivela che in realtà non siamo inclini a mettere gli altri prima di noi e a morire ai nostri desideri; siamo tutti concentrati su noi stessi. Pensiamo solo al "numero uno", e il numero uno siamo noi. Qualsiasi dio che sfidi il nostro primato deve essere messo in discussione ed evitato.
Nel suo vangelo, Giovanni scrive una frase molto breve ma molto potente, che porta con sé forti implicazioni che ci influenzano e ci modellano quotidianamente. In 3:30 scrive: «Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca». Questo non ci piace. Non vogliamo diminuire, vogliamo crescere. Ma ciò che la Bibbia ci dice è che la vera pace, la vera gioia, la vera speranza, il vero significato e la vera identità si trovano quando queste parole si realizzano nella nostra vita. Noi dobbiamo diminuire, e Lui deve crescere. Questa è la chiave per scoprire cosa significhino la vera gioia e l’appagamento. Ma richiede anche di morire a se stessi. Sebbene morire a se stessi sia doloroso, e preferiremmo un dio che non ci chiedesse questo, ciò porta con sé vera gioia, pace e contentezza. Questi sono gioielli rari in questa vita, perché è raro che le persone abbraccino davvero questa verità: «Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca». Ma quando viene capita e abbracciata, trasforma la vita.
Leggiamo il brano di oggi, poi approfondiremo questa verità scomoda. Qui riprendiamo il racconto dopo che il capitano della nave e i marinai, in mezzo a una tempesta che continua a infuriare sempre di più, trovano Giona e Giona si identifica a loro. Al versetto 11 i marinai dicono:
«"Che dobbiamo fare di te perché il mare si calmi per noi?" Poiché il mare si faceva sempre più tempestoso. Egli rispose loro: "Prendetemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa gran tempesta vi piomba addosso per colpa mia". Nondimeno quegli uomini remavano con forza per raggiungere la terra; ma non potevano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e agitato contro di loro. Allora invocarono il SIGNORE e dissero: "SIGNORE, ti preghiamo, non lasciarci perire per la vita di quest'uomo e non caricarci del sangue innocente; poiché tu, SIGNORE, hai fatto come ti è piaciuto". Poi presero Giona e lo gettarono in mare; e la furia del mare si calmò. Allora quegli uomini furono presi da un grande timore del SIGNORE; offrirono un sacrificio al SIGNORE e fecero dei voti».
Immaginate di essere su quella barca e di vivere ciò che hanno vissuto tutti a bordo. Un mare in tempesta che diventa sempre più furioso. Uomini che lottano per la propria vita con la morte che li guarda in faccia. Poi, dopo aver gettato Giona fuoribordo, il mare si calma immediatamente. Che timore e soggezione deve aver instillato in quegli uomini! E infatti è così, come vediamo alla fine di questo capitolo.
Ma prima c'è Giona, questo enigma di profeta. È importante notare che in questo racconto Giona ancora non ha invocato il nome del Signore per salvare la nave e gli uomini dalla tempesta. I marinai, che non conoscono il Dio d'Israele, invocano i loro falsi dèi che non rispondono e non fanno niente; ma Giona, che conosce il Dio vivente che ha creato il mare stesso e che lo comanda, non lo invoca. Rimane indifferente. Non è ancora interessato a diminuire per il bene di altri. Ci sono chiaramente ancora problemi nel suo cuore. È ancora indurito.
Ma qualcosa sta iniziando a cambiare. Qualcosa sta iniziando a muoversi nel suo cuore indurito. Viene conquistato dal comportamento ammirevole e dall'integrità di questi marinai. Sicuramente sta notando che, nonostante loro non conoscano il vero Dio creatore dell'universo e lui invece sì, si stanno comportando in modo più ammirevole di lui. Di conseguenza, il suo cuore e la sua coscienza si ammorbidiscono verso di loro. A questo punto della storia è diventato chiaro a tutti che Giona è la causa della tempesta: sta mettendo a rischio la vita di tutti.
Tuttavia, nonostante ne siano consapevoli, i marinai cercano ancora di preservare la vita di Giona. A questo punto Giona dice loro di gettarlo in mare, ma inizialmente rifiutano e si sforzano di più nel remare verso terra. Il cuore di Giona si sta ammorbidendo. Ora vuole aiutare questi marinai. Lo vediamo nella sua risposta al versetto 12: «"Prendetemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa gran tempesta vi piomba addosso per causa mia"». Vedete come i marinai siano l'oggetto dei suoi pensieri e della sua preoccupazione? Ha ancora questioni da risolvere davanti a Dio, ma la sua coscienza lo ha spinto ad agire per conto dei marinai.
Riguardo a questo cambiamento di cuore in Giona, il teologo Tim Keller dice: «La pietà di Giona risveglia in lui una delle più primordiali intuizioni umane, vale a dire che il modello più vero di amore è quello sostitutivo. Giona sta dicendo: "Prenderò io tutta l'ira delle onde così non dovrete farlo voi". Il vero amore soddisfa i bisogni della persona amata, a qualunque costo per se stessi. Ogni amore che trasforma la vita è un qualche tipo di sacrificio sostitutivo».
Giona si è ricordato che deve morire a se stesso e deve diminuire per il bene degli altri. Non è una lezione di vita divertente e piacevole, e non ci piace che Dio ci chieda questo, ma è centrale per ciò che significa seguire, servire e confidare nel Dio della Bibbia. Ma il dio fatto a nostra immagine ci permette di adorare noi stessi e di tenerci sul trono della nostra vita. Ci permette di essere spirituali e religiosi, ma non ci chiede di diminuire o di cedere il nostro primato nella vita. Ma il Dio della Bibbia dice che dobbiamo diminuire affinché Lui e la sua gloria e la sua santità possano crescere e riempire i vuoti tristi delle nostre vite, creati quando adoriamo noi stessi.
Ecco ancora Keller sul significato e l'importanza di morire a noi stessi: «Ogni volta che manteniamo una promessa o un voto verso qualcuno nonostante il costo, ogni volta che perdoniamo qualcuno che potremmo ripagare con la stessa moneta, ogni volta che restiamo vicini a una persona sofferente i cui problemi sono logoranti per lei e per tutti quelli che la circondano, stiamo amando secondo il modello del sacrificio sostitutivo. La nostra perdita — che sia di denaro, tempo o energia — è il loro guadagno. Noi diminuiamo affinché loro crescano. Eppure, in tale amore non siamo diminuiti, ma diventiamo più forti, più saggi, più felici e più profondi. Questo è il modello del vero amore, non un cosiddetto amore che usa gli altri per soddisfare i propri bisogni di autorealizzazione. Non dovremmo stupirci, allora, che quando Dio è venuto nel mondo in Gesù Cristo, ci abbia amato così. Infatti, possiamo immaginare che la ragione per cui questo modello di amore è così trasformativo nella vita umana sia perché siamo creati a immagine di Dio, ed è così che Egli ama. L'esempio di Giona punta a questo».
Sebbene questo sia molto bello e vero, è qui che la chiesa deve fare una pausa e assicurare chiarezza teologica e dottrinale. Alla nostra cultura piace l'altruismo. Apprezza il sacrificio di sé. Celebra il bene, e questo è ovviamente positivo. Il problema è che la nostra cultura va oltre e dice che il nostro altruismo, la nostra bontà e il nostro sacrificio di sé sono ciò che ci rende giusti agli occhi di Dio. Questa cultura pensa che se viviamo una vita buona, altruista e di sacrificio, se cerchiamo sempre di diminuire, allora Dio sarà felice di noi e il nostro altruismo ci salverà. Sebbene comune, questa idea è antitetica al vangelo e al messaggio della Bibbia. È anti-vangelo e serve solo a perpetuare la nostra condanna.
Ma perché? La Bibbia è chiara: sebbene siamo tutti creati a immagine di Dio, il peccato ha corrotto e devastato quell'immagine e ha reciso la nostra relazione con Dio. Paolo scrive agli Efesini che di conseguenza siamo tutti morti nei nostri peccati e siamo quindi per natura figli d'ira. Non siamo altruisti per natura, non siamo buoni per natura, ma siamo per natura figli d'ira. Sono parole dure e la nostra cultura ci ha insegnato a rifiutarle, ma sono le parole di Dio e della Scrittura. Spiritualmente parlando, non abbiamo vita. Siamo morti e quindi abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una vita nuova. Non possiamo darci da soli questa vita nuova perché siamo morti. Un morto non può risuscitare un morto. Il nostro altruismo e la nostra bontà non possono darci una nuova vita spirituale. Non possono restaurare la nostra relazione con Dio né giustificarci davanti a Lui.
Quindi cosa facciamo? Che speranza abbiamo? Rispondere a queste domande è il motivo per cui Dio ci ha dato la sua Parola, affinché possiamo avere risposte chiare a questi quesiti importanti e affinché possiamo avere una nuova speranza, una nuova pace, una nuova gioia, un nuovo significato e una vita nuova, non solo per questa vita ma anche per quella a venire.
In questa parte della storia, Giona viene gettato nella tempesta furiosa per salvare i marinai. La sua vita per la vita dei marinai. Egli subisce l'ira della tempesta affinché i marinai possano esserne salvati. Sappiamo che Giona alla fine non muore, ma il punto qui è il suo atto sacrificale per il bene dei marinai.
Nel Vangelo di Matteo al capitolo 12, parlando di se stesso, Gesù dice: «...ed ecco, qui c’è più di Giona». Cosa intendeva con questo? Anche se le persone a cui disse questo non lo capirono in quel momento, Cristo stava predicendo la sua morte imminente nella quale, come Giona, avrebbe sacrificato se stesso per il bene degli altri. Ma Cristo non è uguale a Giona: Egli è più grande di Giona. Molto più grande. Mentre Giona fu gettato tra le onde del mare in tempesta, Cristo fu gettato nella furiosa tempesta del peccato e della morte. Mentre Giona sacrificò la sua vita per i marinai, Cristo sacrificò la sua vita per tutta l'umanità. Mentre Giona fu gettato nella tempesta e non morì, Cristo fu gettato nella tempesta del nostro peccato e morì davvero, di una morte orribile, crocifisso su una croce.
Ma Cristo non avrebbe avuto alcuna pretesa significativa di essere più grande di Giona se fosse rimasto morto. Ma gloria a Dio non rimase morto; pertanto la sua pretesa è valida, perché tre giorni dopo essere stato crocifisso è risorto dai morti, è vivo ancora oggi e siede alla destra di Dio Padre. Siede sul suo trono e regna sulla morte. La sua risurrezione ha sconfitto la morte e chiunque crede in Lui per il perdono dei propri peccati e per la propria salvezza partecipa alla stessa vittoria. Ecco perché Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi può dire: «"La morte è stata sommersa nella vittoria. O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?"».
Ma cosa significa esattamente che la morte è stata sommersa nella vittoria? Non è vero che moriremo tutti comunque? La morte è inevitabile, no? Come può Paolo dire questo? Allora, Paolo non sta dicendo che i nostri corpi fisici non moriranno. Moriranno, certo. Questo fu garantito nel momento in cui l'umanità decise di saperne più di Dio, disubbidendogli, e il peccato entrò nel mondo. Da allora il peccato e la morte hanno devastato tutto: i nostri corpi, le nostre relazioni, i nostri pensieri; ogni cosa. Il peccato è l'esatto opposto di Cristo. Il peccato non è il diminuire di sé e il crescere di Dio, ma è la crescita di sé e il diminuire di Dio. È l'adorazione di sé. Il peccato è il fare Dio a nostra immagine, il che diminuisce sempre la gloria e la santità di Dio ed eleva noi stessi in un posto che dovrebbe essere riservato soltanto a Lui. I risultati del peccato e di questa inversione sono stati e continuano a essere devastanti. Pensate a quanto l'adorazione e la celebrazione di sé definiscano la nostra cultura oggi. È ovunque. Non c'è da stupirsi che le cose vadano così a rotoli.
Quindi, di nuovo, cosa intende Paolo quando dice che la morte è stata sommersa nella vittoria? Intende che la morte fisica dei nostri corpi è solo temporanea e persino momentanea. Per la persona che si fida di Cristo per il perdono dei peccati, la momentanea morte fisica del corpo non deve essere temuta.
Sulla croce Cristo ha dato l'esempio supremo di cosa significhi diminuire affinché gli altri e Dio possano crescere. Paolo lo esprime al meglio nella sua lettera ai Filippesi. Cristo, che è il Figlio di Dio e che è Dio e che gode di tutti i poteri di Dio, ha umiliato se stesso ed è diventato uomo, sperimentando persino una morte atroce. L'immortale è diventato mortale per noi, affinché potessimo essere perdonati e salvati dalla condanna dei nostri peccati. Con la sua risurrezione corporea, Cristo ha sconfitto la morte e ha dato anche speranza alla nostra futura risurrezione corporea.
Con Cristo, il dardo della morte è stato sommerso. In Cristo, la devastazione del peccato viene annullata. Mentre è vero che lottiamo contro la nostra carne e contro il peccato finché viviamo in questi corpi terreni, la morte e la risurrezione di Cristo garantiscono, per chiunque confida in Lui, che la morte non ha l'ultima parola. La vita nuova in Cristo, la risurrezione e un corpo nuovo hanno l'ultima parola. Cristo è diminuito fino alla morte, affinché noi potessimo crescere in una vita nuova attraverso la fede in Cristo e nella sua vittoria.
In Cristo possiamo guardare la morte in faccia e dire: O morte, dov'è il tuo dardo? In Cristo ogni cosa viene rinnovata. In Cristo abbiamo una vita nuova, una speranza nuova, una pace nuova, una gioia nuova e un nuovo significato per l'esistenza. Abbiamo tutte queste cose perché in Cristo abbiamo una nuova identità. Cristo risponde alle domande: "Chi sono io e per quale motivo sono qui?". In Cristo possiamo veramente sapere cosa significhi diminuire affinché Egli possa crescere.
Nel brano di oggi, Giona viene finalmente spinto all'azione. Diminuisce e muore a se stesso e viene gettato fuoribordo per il bene dei marinai. Di conseguenza, i marinai vengono "accresciuti": invocano il nome di Yahweh e vengono salvati, sia fisicamente dal mare in tempesta che spiritualmente dalla tempesta furiosa del peccato e della morte. Che questa chiesa possa sempre diminuire affinché le persone che conosciamo possano crescere nella nuova vita in Cristo Gesù.
Il dio fatto a nostra immagine non ci richiede di diminuire, ma ci incoraggia sempre a elevare noi stessi e diminuire Dio, confidando in noi stessi più di quanto confidiamo in Lui, convincendoci di saperne più di Dio. I risultati di ciò sono devastanti e distruttivi, non solo per noi stessi, ma per chi ci circonda. È quello che succede quando eleviamo noi stessi e i nostri desideri al di sopra degli altri: non solo feriamo noi stessi, feriamo anche gli altri. L'esatto opposto accade quando noi diminuiamo e Dio cresce. Gli dèi fatti a nostra immagine sono distruttivi e mortali. Il Dio della Bibbia invece è degno di fiducia e dà vita.
Possa tu, possa ogni persona qui presente stamattina, possa questo quartiere e possa questa città conoscere questa verità ed essere riformati e trasformati e salvati da essa. Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca. Così scopriamo cosa significa veramente avere nuova vita in Cristo. Che bella notizia. Ogni gloria sia a Dio. Amen.