Giona 2:1-11 - Dio dona grazia in modi che non approviamo
Predicatore: Raffaele Costagliola
Vi è mai capitato di guidare un’auto che a basse velocità sembra perfetta, ma quando si supera una certa velocità, per esempio in autostrada, inizia a vibrare il volante e la guida diventa instabile? Questo accade quando le ruote non sono equilibrate: cioè a causa delle imperfezioni geometriche il baricentro non risulta allineato con l’asse di rotazione della ruota.
Oppure vi è mai successo che la lavatrice al momento della centrifuga iniziasse a sobbalzare per poi andare in blocco? Spesso il problema è che il peso all’interno non è distribuito bene e quindi, come per le ruote dell’auto, il baricentro non risulta allineato all’asse di rotazione.
Questo tipo di difetto rimane nascosto finché si procede lentamente, ma si manifesta in modo sempre più evidente all’aumentare della velocità.
Spiritualmente succede qualcosa di molto simile. Ci sono momenti della vita in cui pensiamo che vada tutto bene: la fede sembra stabile, il cuore sembra tranquillo, pensiamo di essere in sintonia con Dio. Ma poi arrivano le “alte velocità” della vita: una crisi, una delusione, una perdita improvvisa, una chiamata di Dio che non approviamo, o più cose contemporaneamente. E lì potrebbero emergere i nostri problemi spirituali. Il nostro modo di rispondere mostrerà il nostro stato di salute spirituale.
Questo è quello che vediamo in Giona. Giona, nel modo in cui ha riposto alla chiamata di Dio, ha dimostrato che il baricentro della sua vita spirituale era ben lontano da Dio. Questo viene alla luce solo nella tempesta. Dio però non usa la tempesta per distruggere Giona, ma per riportarlo a Sé. E lo stesso fa ancora oggi con noi, nonostante spesso abbiamo molte difficoltà ad accettarlo.
Leggiamo il testo: Giona 2.
In questo capitolo vediamo tre movimenti attraverso cui Dio riallinea il cuore dell’uomo, il baricentro spirituale, su di Sé.
1. dal silenzio alla preghiera (vv.1-5)
2. dall’abisso alla grazia (vv.6-8)
3. dalla stasi all’adorazione (vv.9-11)
1. Dal silenzio alla preghiera
Dopo la disubbidienza a Dio (1:2), la vita di Giona è come se stesse cadendo ad una velocità sempre maggiore: scende a Iafo per imbarcarsi su una nave lontano da Dio (1:3), scende a dormire nella stiva (1:5), viene gettato nel mare in tempesta (2:4) e, infine, viene inghiottito da un grande pesce (2:1) che lo trascina nell’abisso. Giona era un profeta, ma spiritualmente era rimasto fermo e in silenzio. Fino ad ora, nonostante la tragedia, non aveva mai pregato. Ma nel testo appena letto, notiamo finalmente un cambiamento.
Giona – nel momento più buio della sua vita in cui aveva perso tutto, era da solo ed era impossibilitato a fare qualsiasi movimento – riconosce che il suo problema più grande non è il mare agitato, ma essersi allontanato dal Signore (v.4-5). Per questo teme di essere escluso per sempre dalla presenza di Dio e dal suo tempio santo.
Quando riconosce che il suo problema è prima di tutto un problema spirituale, capisce che non può affrontarlo come ha fatto finora. Rompe il silenzio e prega il Signore (v.2) con la certezza che Egli avrebbe ascoltato il suo grido di aiuto.
Spesso noi facciamo l’opposto di Giona. Quando arriva la tempesta, la nostra prima preoccupazione è uscirne velocemente e possibilmente senza soffrire. Cerchiamo distrazioni di vario genere che possano alleviare i momenti difficili ed evitare di rimanere soli in silenzi spirituali disagianti. Cerchiamo di intraprendere dei cambiamenti esteriori per fuggire da ciò che riteniamo essere il problema (cambio di lavoro, relazioni, abitudini, …). Ci rifugiamo in una religiosità superficiale senza un vero ravvedimento. Rafforziamo la nostra mania di controllo illudendoci di poter superare i problemi con le nostre sole forze. A volte proviamo perfino a ridimensionare il peccato e il nostro senso di colpa, convincendoci che non esistano standard morali assoluti. Ma il relativismo non guarisce la coscienza: la anestetizza soltanto per un tempo.
Tutti questi tentativi non sono risolutivi. È come cercare di eliminare la vibrazione di una ruota aggiungendo pesi a caso senza correggere il vero squilibrio. Magari inizialmente potremmo illuderci che possa funzionare, ma se continuiamo ad agire come se il centro di rotazione fosse il nostro baricentro e non Dio, finiremo solamente col peggiorare le cose.
Le tempeste della vita non sono il problema principale; esse spesso rivelano un problema più profondo: un cuore disallineato da Dio. Per questo, come Giona, dovremmo rivolgerci a Dio in preghiera e la richiesta non dovrebbe essere: “Signore, liberami da questa situazione”; ma: “Signore, cosa stai mostrando del mio cuore che non va? Come vuoi che cambi?”
Anche Gesù, prima di guarire il paralitico, disse “Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati” (Mc.2:5). Prima della liberazione esteriore c’è il problema spirituale del peccato.
Quali sono le nostre prime reazioni quando arriva una prova: pregare o cercare subito soluzioni fai da te? Cosa chiediamo in preghiera? C’è qualche peccato che stiamo giustificando invece di confessarlo e rivolgerci al Signore con cuore umile e sincero?
La vera svolta nella vita di Giona non arriva quando il mare si calma, ma quando il suo cuore torna a rivolgersi al Signore in preghiera (v.2).
2. Dall’abisso alla grazia
Dopo aver iniziato a pregare, Giona comprende qualcosa di ancora più profondo: non può salvarsi da solo. Giona ha perso completamente il controllo: non può fermare la tempesta, non può risalire dal mare, non può uscire dal pesce (vv.6-7).
Per la prima volta si trova in una condizione in cui comprende davvero che la speranza non può risiedere nelle sue forze e nelle sue capacità, ma la speranza è nella grazia di Dio soltanto. Infatti al v.8 dice: “Quando la vita veniva meno in me, io mi sono ricordato del SIGNORE; e la mia preghiera è giunta fino a te, nel tuo tempio santo.” Giona non dice “Mi sono salvato” oppure: “Ho rimediato ai miei errori”. Dice: “Mi sono ricordato del SIGNORE.” Questo è il secondo movimento che porta alla svolta, cioè affidarsi alla grazia di Dio.
Giona comprende che il problema non era soltanto aver commesso un peccato; ma essere spiritualmente incapace di rimediare da solo (v.7a). E questa è anche la nostra condizione davanti a Dio.
Noi tendiamo sempre a pensare di poter in qualche modo compensare il peccato: con le buone opere; con una vita “migliore”; con un maggior impegno spirituale o fedeltà religiosa. Ma la grazia smette di essere grazia quando pensiamo di poterla meritare.
Giona riconosce sì il proprio peccato, ma riconosce anche qualcosa di più grande del suo peccato: la misericordia di Dio. Ed è questo il cuore del Vangelo: non un uomo che riesce a risalire verso Dio, ma Dio che ascolta le preghiere dal tempio santo (v.8) e scende a raggiungere l’uomo umiliato nel suo abisso per poi innalzarlo e farlo risalire (v.7b).
Quando Giona era nel punto più basso della sua vita, Dio non era lontano. La grazia di Dio lo aveva già raggiunto anche se non pienamente visibile. E spesso Dio ci porta proprio al punto in cui finiscono le nostre forze, i nostri piani e le nostre risorse, perché impariamo a dipendere completamente dalla Lui.
Più di Giona abbiamo la certezza che Dio ascolta le nostre preghiere, perchè ha mandato il suo unigenito Figlio a morire sulla croce come sacrificio espiatorio perfetto e definitivo a causa dei nostri peccati. Chi crede in Lui, per fede riceve il perdono dei peccati, la riconciliazione con Dio e la salvezza eterna.
E quando una persona comprende davvero la portata della salvezza per sola grazia in Cristo, non rimane più fermo nella disperazione o nell’autocommiserazione. La grazia ricevuta e l’opera dello Spirito Santo producono adorazione anche nelle difficoltà. È proprio quello che succede a Giona.
3. Dalla stasi all’adorazione
Al v.10 Giona dice: “io ti offrirò sacrifici, con canti di lode […] la salvezza viene dal SIGNORE”. La cosa sorprendente è che Giona dice queste parole mentre si trova ancora nel ventre del pesce. La situazione esterna non è ancora cambiata: è ancora bloccato, è ancora nel buio, è ancora senza via d’uscita umanamente possibile. Eppure, il suo cuore è cambiato. Prima Giona fuggiva da Dio, ora invece Lo adora. Prima taceva, ora canta inni di lode. Confessa la salvezza prima ancora di vedere la liberazione fisica. E questo è il cuore guarito dalla grazia di Dio.
Anche noi spesso pensiamo: “potrò avere pace quando il problema sarà risolto ed uscirò da questa sofferenza”. Ma il Vangelo insegna qualcosa di diverso: la luce più importante non è quella che cambia le circostanze esterne, ma quella di Cristo che ci riconcilia con Dio Padre per mezzo dello Spirito Santo. La salvezza che abbiamo ricevuto in Cristo cambia completamente il modo in cui affrontiamo la vita: il dolore non è più senza significato, la tempesta non è più segno di abbandono, la prova non ha più l’ultima parola. Perché apparteniamo al Signore. Dio ha acquistato la nostra vita a caro prezzo.
Da cosa dipende la nostra gioia: dalle circostanze o dalla grazia di Dio? Qual è l’asse attorno al quale ruota la nostra vita: il nostro cuore o Dio? Quale idolo ci impedisce di godere pienamente della comunione con Dio?
Giona, al v.9, avverte che “quelli che onorano gli idoli vani allontanano da sé la grazia”. Gli idoli promettono sicurezza, ma non possono salvarci. Gli idoli crollano nelle tempeste. Solo Cristo rimane.
In Cristo possiamo attraversare malattie, perdite, incertezze, fallimenti e tuttavia dire: “Il Signore è la mia salvezza” e innalzare inni di lode. Questa non è forza umana, né pazzia. È il frutto della grazia di Dio nel cuore dell’uomo.
Solo quando il nostro cuore passa: dal silenzio alla preghiera, dall’abisso alla grazia, dalla stasi all’adorazione, che il baricentro della nostra vita torna finalmente a essere riallineato con Dio.